“L’irresistibile calamita”, un ricordo di Stefano Jacurti

Con quest’inedito post voglio presentarvi uno scritto di un amico che ormai conoscete bene, Stefano Jacurti. Qui Stefano ci regala una sua “confessione” scritta, una discesa nei suoi ricordi di bambino e di adulto alla ricerca del “perchè” dell’amore per il West e per il western. E’ un ricordo toccante di un nostro amico western che ha vissuto i periodi d’oro del western italiano e di quello americano, e per questo un ricordo vero, sentito, di prima mano. Chi meglio di Stefano poteva farci capire il senso e i significati nascosti del western? Magari la risposta che riesce a scoprire è quella che anche voi, noi, state, e stiamo, cercando. Buona lettura!

Mario Raciti

L’IRRESISTIBILE CALAMITA
di Stefano Jacurti

Perché?
Prima o poi questa domanda arriva nell’animo di tutti noi, al di là di quale argomento si tratti.
Capire i motivi, cosa ti coinvolge, cosa ti spinge come una calamita verso quello che hai visto, letto, ascoltato, penso sia giusto, non solo per curiosità lecita ma anche per dare un senso alla vita, a quello che fai, a come pensi, a quello in cui credi.
Ognuno ha un suo mondo, un luogo sicuro dove ogni tanto torna.
Già, ogni tanto, perché devi pensare anche ad altro.
In fondo è come avere una seconda casa, quella al mare o in montagna o al vecchio paese,
dove non puoi fare a meno di tornare perché laggiù ci sono le radici della tua anima.

Appurato questo, nella vita ho cominciato a chiedermi il perché del mio rapporto con il western.
Prima non ero in grado di farlo, ero solo un bimbo, quel mondo mi piaceva e basta, non potevo capire subito, doveva passare del tempo, così sono passati gli anni e oggi vorrei raccontare qualcosa riguardo all’irresistibile fascino del western che non è discreto, come quello della borghesia, ma sanguigno, viscerale.
Anche quando curavo quel mondo da solo, nel privato, era viscerale.
Gli aspetti che mi coinvolgono nel western sono tanti, molteplici, complessi,
qui mi limito a identificarne due, quelli che nella vita ho vissuto come metafore.
Sono significati universali in cui ci si può riconoscere, questo per la vita, per la letteratura,
ma è certo che al cinema per essere “western” per me devono trovarsi in quel mondo.
Questi significati al cinema si trovano ovviamente anche in altri generi,
ma il western è stato il primo a mandare certi imput allo spettatore.
Il mito, l’orizzonte la conquista o la perdita ecc ecc ce ne sono tanti di aspetti, c’è anche qualcosa di personale e non è affatto detto che valga per tutti, ma questo è stato per me:

Il primo è l’emisfero “A” lo chiamo così per semplificare.
L’emisfero A è quello dell’eroe singolo.
Il” cavaliere della valle solitaria, “Il” Pistolero “Il texano dagli occhi di ghiaccio, “Il Grinta”
Il appunto…il singolo, anche uno come “Armonica” agisce da solo. Perché mi attiravano?
La risposta l’ho avuta verso venticinque- trent’anni, era ora di capire cosa c’era oltre al senso di avventura chiaramente presentissimo e alla bravura di molti attori e registi tutti con stili diversi.
C’era un aspetto dell’eroe singolo che guardavo con occhi affascinati, perché?
Perché erano soli come me,  figlio unico e sapete, i figli unici al di là delle tipologie diverse perché nessuno è il clone dell’altro, a volte possono avvertire questa sensazione, chi più, chi meno.
Spesso possono soffrirne, spesso ci sguazzano come un orso e un barattolo di miele.
Infatti questi personaggi singoli, vedi Clint in Per pugno di dollari e tanti altri, mi ricordavano un aspetto che avevo davanti agli occhi ma che da ragazzino non riuscivo a spiegare.
Stare un pò soli non era solo solitudine, ma anche una gran figata per quel senso di indipendenza,
di libertà, di anarchia orgogliosa.
L’eroe singolo, mi ricordava che nella fantasia avevamo tante cose in comune e che la solitudine poteva essere comunque una forza.

“Io non sto con nessuno, faccio a modo mio, arrivo, sistemo tutti e vado via perché appartengo solo all’orizzonte.
Sono forte e libero, sono quello che mette le cose a posto o le sovverte, comunque sono di passaggio, perché qui non resterò.”

Ecco cos’era…era questa parte dell’emisfero A che mi faceva pensare a una sorta di identificazione intima e sotterranea ma presente nella mia vita:
“C’è qualcosa in questo film che mi riguarda … certo, non ammazzo nessuno nella realtà, ma sono come lui perché la mia vita è strutturata con qualcosa di simile, qualcosa che sento e riconosco.”
Del resto una certa identificazione metaforica vale anche per altri generi.

E con voracità divoravo i western con l’eroe o antieroe ( termine che mi fa sorridere, anche l’antieroe è sempre un eroe suo malgrado)  perché c’era un senso di appartenenza.
Questo fu un aspetto molto forte che mi spinse verso il genere western e solo dopo molti anni l’ho capito.

Ma c’è stato anche l’emisfero B di cui vorrei parlare, un altro grande senso di appartenenza,
fagocitato ancor di più dal suo esatto opposto, “quello delle mancanze e delle lacune:
l’amicizia, il gruppo, la banda, la pattuglia.
Sì è la verità, spesso da giovane cercavo negli amici quel fratello o quei fratelli che non avevo mai avuto.
E così I magnifici sette, Il mucchio selvaggio oppure i due di Giù la testa non importa quanti fossero, mi prendevano per il loro senso di forte amicizia solidale, virile, fedele fino all’immolazione nichilista.
Spesso nella vita è diverso e in quei western di allora vedevo quello che avrei voluto che altri avessero fatto per me , come io avevo fatto per loro.
Ma in positivo ci vedo oggi anche quelli che sono rimasti accanto e che mi ricordano che non tutti si allontanano.
Tra l’atro succede anche il contrario, a volte siamo proprio noi ad allontanarci anche se non vorremmo farlo, quindi ci sta.
E così i due compagni di avventura o più compagni di impresa, due, cinque, dieci,
mi facevano riconoscere nel:
” abbiamo cominciato insieme e finiremo insieme” e in un certo senso mi ripagavano nel cinema per qualche delusione inevitabile avuta nella vita come accade a tutti.

Ma entrambi i mondi hanno un prezzo da pagare, sia il singolo che il gruppo.
Lo paga il singolo  perché a lui il desco familiare è negato, lo paga il gruppo che finisce all’inferno pur di non mollare e sostenere una causa.
Oppure non lo pagano se finisce bene, in ogni caso si andrà fino in fondo ma all’inizio i personaggi non sanno affatto come andrà a finire.
Lo sanno gli attori che devono interpretare un copione, ma non lo sanno i personaggi, come non lo sapranno anche nel caso di happy end, gli spettatori fino a che non compariranno i titoli finali.
Questi due emisferi nel western per me sono stati irresistibili, diversi, ma speculari come due poli che si attraggono.
Finito? Quindi mi piace il western perché sono figlio unico? Sarebbe davvero riduttivo
e poi ormai a questa età dovrebbe far sorridere, però quando ci penso, posso negare? Posso dire che tra le tante cose che mi hanno attratto nel western, i grandi orizzonti di John Ford, gli occhi di ghiaccio di Clint, le musiche di Morricone, i primi piani di Sergio Leone, tutta una serie di attori da Wayne, a Nero e Gemma, non ci siano state anche quelle che ho raccontato?
Non posso mentire a me stesso, non avrebbe senso.
Sono consapevole di altre ottiche, magari si pensa di elencare chissà quali aspetti sottili e profondi, poi arriva uno che ti dice: tutto qui? E avrebbe ragione ben inteso, anche se per me sono aspetti presenti,
ma certamente no, non è tutto qui, il western mi piace per diversi motivi, sottostrati, scatole cinesi e matrioske che continuamente si aprono e Ford, Leone, Peckinpah, lo hanno raccontano a modo loro e in tempi storici diversi o sponde dell’oceano diverse.
Infatti se è vero che a tanti del western non interessa nulla per gusti personali assolutamente rispettabili, è anche vero che interessa ad altri e non credo tutti figli unici, altrimenti al cinema sarebbero andati in pochi,
il fatto è che molta gente si è riconosciuta in ciò che fa parte del grande calderone di questo genere
che elude da figlio unico o sette spose per sette fratelli.
La ragione a mio modesto avviso, o una delle ragioni, è che il western è come una spugna appena tirata fuori dall’acqua di cui è pregna. E’ quell’ orizzonte con cui sono cresciuto, probabilmente in un altro momento storico dove c’era un pò più di ottimismo nonostante tutto.

Oggi i western in proporzione al resto del cinema sono pochi e molti film sono privi di orizzonti ( non per questo meno belli quando lo sono) perché sono claustrofobici, sono lo specchio di una società spesso inquietante e non a caso è accaduto anche nel western. Prima il tutto si basava per dirla in due parole, su quello che è “giusto” e quello che “non è giusto” che per molto tempo è stata una vera colonna del genere western e non la colonna ionica o corinzia, ma proprio quella dorica, quella tosta.
Poi nel tempo le cose sono cambiate, “Ma è giusto?”
Ed è nato una sorta di western cupo, a fosche tinte e in qualche caso veramente nero.
Anche io che vengo da western molto diversi, ho voluto dire la mia, anche se non sempre, nei miei lavori su questo aspetto.
In ogni caso il western è qualcosa che gocciola continuamente e che lascia tracce visibili e profonde di un mondo selvaggio, questo comunque in me è rimasto e rimarrà sempre, è il sentire un genere come il vento sulla pelle, è il credere che c’è sempre a qualcosa per cui valga la pena battersi.
Come fece un ragazzino anni fa, si chiamava Orlando e urlò:
“Lascialo stare o le prendi!”
Sì… Orlando parlava di me e diventò ai miei occhi un mito, come John Wayne.
Il gruppo, il plurale…l’amicizia.
Come non fece mio padre quando una volta, mentre mi schiaffeggiavano addosso a una cancello,
restò immobile mentre io lo chiamavo:
“Papà! “
Poi quel ragazzino che mi aveva schiaffeggiato, se ne andò e mio padre mi disse:
“devi imparare a difenderti da solo per quando solo sarai”
Quella volta odiai mio padre, ma dopo anni capiì perché non intervenne,
capii cosa voleva dire con quel “difenderti da solo, quando sarai solo”,  lui aveva ragione
perché nella vita non c’è sempre uno come Orlando che arriva a salvarti.
Continuo a ringraziare mio padre che purtroppo ho perso a luglio 2011 per quella frase, l’aveva fatto per me così dopo riconobbi la stessa cosa, anche se nella fantasia, in molte trame di tanti film a stelle e pistole.
Fu così che il western segnò la mia vita e in un certo senso la salvò con il cinema e i fumetti nel non sempre facile passaggio da infanzia ad adolescenza affiancato dalla separazione dei miei.
Questa è la mia storia, nel tempo ho imparato a combattere, nella vita nessuno ti regala nulla ma oggi Tex galoppa ancora tra le mie mani, come i libri di Luca Barbieri, Zane Grey, Domenico Rizzi, Luis Lamour, Mariangela Cerrino, Valerio Evangelisti, Leonard Elmore e quel cinturone allacciato in una foto da bimbo, in fondo non l’ho mai lasciato.

Why not…andiamo… e i quattro del mucchio selvaggio si avviano, da brividi.

Già, il tempo è passato anche per me, di film ne ho visti molti e sono convinto anche del contrario,
perché alla fine figli unici o no, come metafora, tutti siamo soli di fronte alle difficoltà, perché potremo confidarci con un amico, ma all’ok corall di quel problema, a mezzogiorno in punto saremo soli: noi, la vita e chi ci sta davanti.
Sì, come Gary Cooper in quella strada deserta con una stella sul petto che va incontro allo schifo del mondo per farla finita.
Stavolta  i brividi western vengono dal singolo, il solitario, perché tutto gira nella giostra del tamburo di una colt.

Stefano Jacurti

L'autore in una foto da bambino

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Secondo contest scrittori western!

Per la seconda volta a distanza di poco più di un anno, farwest.it organizza il CONTEST SCRITTORI WESTERN! Come l’anno scorso, questo contest è rivolto agli scrittori di narrativa che amano cimentarsi con il western ed è finalizzato alla pubblicazione online di un libro in pdf che raccolga i racconti.

Sul sito www.farwest.it troverete tutte le informazioni per partecipare, in primis quelle relative al formato grafico con cui spedire il proprio lavoro. Come per il libro precedente, io stesso sono il responsabile a cui spedire i racconti quindi vi prego di seguire le richieste e di formattare i racconti secondo le direttive del bando.

Le info tutte alla pagina http://www.farwest.it/?p=11905

Per informazioni e invio manoscritti l’indirizzo email è sempre marioraciti@hotmail.com o marioraciti@gmail.com

Buon lavoro!!!

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Intervista a Luca Barbieri!

Cari amici, dopo Stefano Jacurti, questa volta Western Campfire vi presenta un altro grande autore italiano di narrativa western, il mitico Luca Barbieri! Luca è uno scrittore “anomalo” del nostro western narrativo in quanto le sue storie contengono un alto tasso di horror, di dark e di gotico, un cross over rarissimo sia al cinema che in letteratura. Ma in ambito saggistico Luca ha esordito con una bellissima cavalcata tra i pistoleri che hanno fatto la storia del West (Storia dei pistoleri, edito da Odoya), tuttavia riuscendo a inserire un capitolo sulla Frontiera pure nel suo nuovo lavoro, uscito da qualche mese sempre per Odoya, Storia dei licantropi.
L’intervista è l’occasione per saperne di più su di lui e sulla sua vita da scrittore, ma anche sulla sua visione del West e del western.
Buona lettura!

Intervista di Mario Raciti – Grazie a Luca Barbieri per le foto che lo ritraggono insieme a uno splendido lupo imbalsamato.


Bene, caro Luca, eccoci qui. Per cominciare vorrei darti il benvenuto sul mio blog e ringraziarti infinitamente per la tua disponibilità e gentilezza.

Venendo a noi… come hai imboccato la strada della scrittura? Come nasce il Luca Barbieri scrittore? E che rapporto hai con la scrittura?

Il Barbieri Luca scrittore nasce insieme a Barbieri Luca: ricordo distintamente che già all’età di sei mesi impostavo piccoli racconti vergandoli con il ciuccio sopra distese di omogeneizzato spalmato sul tavolo, come se fosse una sorta di lavagna. Ho sempre desiderato scrivere, sin dalla più tenera infanzia quando imitavo i romanzi esotici di Salgari proponendo le avventure di un improbabile pirata malese di nome Satarkan (come prova di quanto affermo posso esibire i quaderni Pigna dell’epoca, e parlo dell’84 circa, secoli fa). Se l’Italia fosse un paese in grado di offrire la possibilità a uno scrittore di mantenersi solo con questo lavoro credo proprio che non avrei dubbi a buttarmi a capofitto in questa carriera…. ma non siamo negli USA, e devo accontentarmi di confinare il Luca Barbieri scrittore a vivere in ben delimitati momenti della settimana.

Anche tu, come Stefano Jacurti, hai pubblicato due libri western. La domanda è di rito: com’è nata questa grande passione per il West e il western?

Anche in questo caso la risposta si perde nelle nebbie del tempo. Non ricordo quando e come è scoccata la scintilla, posso solo tirare ad indovinare;  in tutti i miei primi ricordi, comunque, mi rivedo cavalcare scope di legno agitando una piccola replica in plastica di una Colt Navy. Questa folle passione può dipendere sia dalla mania di mia nonna prima e di mio padre poi per i fumetti di Tex e di Ken Parker, sui quali ho praticamente imparato a leggere, sia dalle VHS dei film di John Wayne e di Sergio Leone che i miei possedevano pressoché tutte… fatto sta l’amore che ho per il Far West è di quelli dannatamente seri, di quelli che durano una vita!

Parliamo di narrativa. Le tue storie western sono nere, cupe, gotiche: perché la scelta di quest’altro genere da mescolare al western?

Perché un altro genere che adoro è l’horror. La mia adolescenza è costellata di notti insonni di fronte alla TV a sbirciare le maratone horror di Italia Uno, che regalavano capolavori come “La macchina nera”, “L’ascensore”, “Cujo”… Unire le due cose mi è parso, da subito, un’ottima idea. Purtroppo il genere western-horror è una nicchia nella nicchia e gli autori che ne scrivono si contano sulla punta delle dita in tutto il mondo.

Hai una preferenza per qualcuno dei tuoi libri o dei tuoi personaggi?

No, li amo tutti indifferentemente, allo stesso modo. Come se fossero dei figli: chi è padre, come me, sa benissimo che non si possono (né si devono) fare preferenze.

Le copertine delle due edizioni italiane di "Jonah Hex: Two Gun Mojo"

Ci parli del tuo lavoro come sceneggiatore di fumetti?

E’ un’altra (insana) passione. Sono cresciuto circondato dai fumetti; non solo Bonelli, ma anche (e soprattutto) ottima letteratura disegnata made in Argentina (Skorpio, Lanciostory e poi i cartonati Eura). A ruota sono arrivati gli albi americani (ma non tanto quelli supereroistici quanto quelli fantasy: Conan in primis),  il fumetto d’autore italiano (Pratt, Crepax, Manara, Giardino), gli eleganti cartonati francesi e poi, in età adolescenziale, quelli inglesi, più sofisticati (intendo Moore e Gaiman, che comunque lavoravano, e lo fanno tuttora, per case editrici USA). In mezzo c’è stata la parentesi Manga (credetemi, ci sono autori di assoluta validità nonostante sia considerato un fumetto di serie B). Date queste premesse giocoforza ho provato, e proverò finché avrò fiato in corpo, a diventare sceneggiatore. Gli sforzi sono stati ricompensati da un primo posto (2006) e da un secondo posto (2008) nelle uniche tre edizioni del concorso nazionale per sceneggiatori non professionisti (Lanciano, ora non più esistente) e da una serie di lavori sparsi in giro per fumetterie e, soprattutto, in rete. La difficoltà dello sceneggiare è la necessaria partnership con un disegnatore e la lentezza di far crescere progetti di ampio respiro; visto perciò che ho pochissimo tempo libero, la sceneggiature vengono sempre dietro saggistica e narrativa. Forse in futuro, se alla Bonelli mi vorranno, le cose potranno cambiare.

Come nasce Five fingers?

Da un misto di pigrizia e passione. Pigrizia perché non avevo voglia, dopo aver pubblicato il mio primo libro (“Amore negato”, Ananke) di imbarcarmi nell’avventura di scrivere un romanzo western, oltretutto in un momento nel quale avevo appena iniziato a lavorare. Passione perché desideravo ardentemente pubblicare qualcosa di western, vista la penuria di materiale nuovo, e volevo che la gente leggesse qualcosa di vicino alla narrativa del Lansdale di “Jonah Hex: Two Gun Mojo” e del McCarthy di “Meridiano di sangue”. Quindi ho raccolto tutto il materiale western fino a quel momento disordinatamente accumulato (racconti e abbozzi di romanzo), mi sono spremuto le meningi per trovare un’idea originale che potesse creare un filo conduttore tra le storie, dopodiché ho “cucito” tutto insieme, levigato per quasi un anno, e, infine, proposto il prodotto.

E’ stato difficile trovare un editore che lo pubblicasse?

Terribilmente difficile. Considera questo, tanto per darti un’idea: il lavoro era pronto già nel 2005 ed è uscito, anche se ampiamente editato e migliorato, soltanto nel 2008. Come ho già detto, il genere che avevo scelto era una specie di gigantesco peso agganciato alla caviglia, un handicap quasi insuperabile. Già le case editrici storcono il naso davanti a qualcosa che puzzi anche vagamente di western oppure che non sia un romanzo, figurati davanti a una raccolta di racconti di genere western-horror! Il massimo dell’impubblicabilità. Ho avuto anche qualche risposta positiva, certo: da parte di chi mi chiedeva soldi (per pudore non menzionerò le case editrici, ma solo le somme richiestemi: dai tremila ai dodicimila euro). All’inizio della mia carriera ho stabilito un principio guida: non avrei mai pagato per pubblicare; dunque ero ormai rassegnato a lasciare “Five Fingers” nel cassetto (all’epoca si chiamava ancora “La mano sinistra del diavolo”, in effetti un titolo molto meno suggestivo), e poi che succede? Un mio caro amico, Fabrizio Fassio, col quale pubblicavo le storie a fumetti del dr. Rantolo (una versione moderna della serie “Zio Tibia”), mi mette in contatto con Gordiano Lupi, editore passionale ed appassionato. Ho un primo sì. Il mio lavoro viene affidato a quel geniaccio di Vincenzo Spasaro (ora pubblica con Mondadori) che s’innamora del libro, bontà sua. Vince è un editor con i controcazzi (si può dire in TV?) e mi setaccia il libro peggio di un minatore californiano. Lo gira e lo rigira, lo smonta e me lo fa rimontare, me lo fa riscrivere una mezza dozzina di volte e intanto i mesi passano. Tra una bestemmia e l’altro accetto tutte le indicazioni, ci lavoro sopra come un pazzo, e, alla fine, mi trovo tra le mani un libro decisamente migliorato. Ad esempio “Polvere di legno nero”, il primo racconto, è diventato tutta un’altra cosa, dal titolo al finale, completamente trasformato e dieci volte migliore rispetto a prima. Perciò: grazie mille Vince!

Dei tuoi racconti si nota subito il taglio cinematografico, oltre che a citazioni anche da fumetti. Dei cinque racconti di Five fingers qual è quello che tu vedi migliore da trasformare in film?

Teoricamente tutti, ma probabilmente quello più indicato, per ampiezza narrativa, è “L’antico credo degli insepolti”. Credo poi che sarebbe quello di maggiore impatto visivo insieme a “Ciò che il Banshee porta con sé”.

Questa domanda credo sia un po’ un obbligo per interviste come queste: parlavamo delle citazioni nei tuoi racconti… Scrivendoli, hai guardato più al western americano o al nostro spaghetti?

Senza dubbio allo spaghetti-western. Credo sia facilmente intuibile dal taglio “sporco e cattivo” dei miei personaggi, dai paesaggi polverosi e aridi che abbondano nel libro, dalla ruvidità di certe mie descrizioni. Come punto di riferimento mantengo sempre la “trilogia del dollaro” di Leone.

Joe Lansdale, autore cult di western-horror

Cormac McCarthy

E in ambito letterario quale autore ti ha ispirato di più per le tue opere western?

Senza dubbio Joe Lansdale, e in particolare le sue opere più stravaganti e meno commerciali (tra tutte “Fiamma fredda” e “Fuoco nella polvere”); non per niente sono stato soprannominato (da più di un critico, dunque un appellativo plausibile) il “Lansdale italiano”, un complimento che in tutta sincerità ancora non merito. Vedremo nel futuro se saprò essere alla sua altezza.

La tua Storia dei pistoleri ha stuzzicato la curiosità degli appassionati di West: come l’hai scritta? Come hai svolto il lavoro di documentazione e stesura?

Molto del materiale deriva dalle ricerche effettuate per “Five Fingers”, perché, nonostante il taglio ibrido e atipico, ho cercato di documentare ogni virgola del libro, dalle descrizione del paesaggio al gergo dei personaggi, comprese le parole indiane o le bestemmie in messicano. E poi ci sono gli articoli scritti per il sito www.farwest.it (che tu dovresti conoscere….) i quali, ampliati e rimaneggiati, hanno offerto splendidi spunti per molti paragrafi.

Preferisci scrivere saggistica o narrativa?

Il cuore dice “narrativa”, il portafoglio, per ora, “saggistica”. Ma la mia saggistica è davvero sui generis, è molto “romanzata” pur essendo rigorosa nella documentazione. Ho scelto un taglio divulgativo e accattivante, che a molti puristi fa però storcere il naso. Le soddisfazioni, comunque, non mancano: qualcuno di importante ha definito “Storia dei pistoleri” come “qualcosa a cavallo tra un saggio e un bel romanzo d’avventura”.

Quale pistolero ti affascina di più, e perché?

Risposta scontata, basta leggere il libro. C’è un pistolero al quale dedico quasi un terzo del totale delle pagine: Wild Bill Hickok. Non so perché mi affascina così tanto, forse per il carisma innato che aveva, per la sua unicità nell’oscillare tra legale e illegale, tra giusto e sbagliato, mantenendo però sempre la sua aura di “vendicatore di torti”, di “giustiziere”, il che mi ricorda da vicino i ronin giapponesi, i giustizieri urbani come Batman oppure il Punitore, o, semplicemente, il ghigno sardonico eppure temibile di Clint Eastwood. Hickok è, in ogni caso, il pistolero preferito da Lansdale, dunque questo chiude il cerchio.

In una ipotetica vita nel West, c’è qualche evento particolare a cui ti sarebbe piaciuto assistere o partecipare?

Bè, più o meno tutti, basta poter contare su una sorta di “immunità” che possa far rimbalzare proiettili e frecce. Ad esempio mi sarebbe piaciuto essere tra i difensori di Alamo, un entusiasmo romantico che porto nel cuore sin da piccolo, oppure aver fatto parte di una delle ultime bande di Apache ribelli. E vorrei aver visto con i miei occhi come andarono veramente le cose al Little Big Horn o all’OK Corral. E, ancora, aver partecipato a una delle carneficine della Guerra di Secessione, aver visto i pellerossa cacciare i bisonti sulle pianure, la partenza delle prime carovane di pionieri… un po’ di tutto, insomma.

Nel tuo libro sui licantropi recentemente uscito per Odoya dedichi un capitolo anche alle leggende del West. Cosa hai scoperto a riguardo?

Mi avvalgo della facoltà di non rispondere! Ho scoperto molte cose interessanti, ma lascio che la curiosità dei lettori li spinga ad acquistare il volume. Posso garantire che chi lo farà, ne leggerà delle belle! Promesso!

Preferisci il West bianco o quello rosso?

Il cuore dice il West rosso. Ho versato troppe lacrime per il destino dei nativi americani per poter affermare il contrario. Moltissime etnie hanno subito genocidi analoghi al loro ad opera della razza bianca, quello dei pellerossa, complice Hollywood, è di sicuro quello più noto; possiamo dire che è il “manifesto” di ogni vile e meschina sopraffazione. Devo però ammettere che i film di Leone sono tra quelli che maggiormente mi hanno segnato; ancora adesso, talvolta, scrivo con il sottofondo del maestro Morricone. E nei film di Leone di indiani non ce n’è neanche mezzo, come se non fossero mai esistiti. Semplicemente per lui il West era altro, e di questa sua visione condivido il magnetismo che, inevitabilmente, si sprigiona dallo spirito di conquista selvaggia e senza regole della Frontiera, dove la legge era quella “del più forte” e di chi sparava per primo. Sottolineo “per primo” e non “più veloce” perché in “Storia dei pistoleri” mi sono prefisso di smontare molti dei falsi miti su duelli e pistoleri. Le scene di Leone, per quanto inumanamente meravigliose, non riflettono per niente la realtà dei fatti, ne sono distanti anni luce! Dunque alla fine, tra West rosso e bianco, è un sostanziale pareggio.

La locandina del film "L'insaziabile", che ha le stesse atmosfere dei racconti di "Five Fingers"

Cosa ne pensi del periodo di magra (che dura già da almeno una ventina d’anni) del western sia cinematografico che letterario?

Il mito del West è morto alla fine degli Ottanta; da allora fa come gli zombie: sembra defunto e poi, d’improvviso, salta in piedi e ti morde al collo. Per questo non sono d’accordo sulla definizione di “periodo di magra”. Dal 1990 ad oggi sono stati prodotti alcuni dei film western migliori in assoluto: “Balla coi lupi”, “Gli spietati”, “Deadman” e alcune pellicole che mescolano disinvoltamente i generi, come piace a me: “L’insaziabile” e “Caccia spietata”, per citare i primi due che mi vengono in mente. Anche dal punto di vista fumettistico e narrativo si sono viste alcune perle: dai lavori di Lansdale a “Meridiano di sangue” di McCarthy, che considero uno dei tre libri migliori che abbia mai letto nella vita (gli altri due sono “Five Fingers” e “Storia dei pistoleri”…ehehehhe). Senza contare, poi, il ciclo della Torre Nera, solo parzialmente western, ma che del genere ha corpo e spessore. Diciamo che negli ultimi vent’anni ci sono state felici eccezioni a una regola che vuole il western morto e sepolto. La mia grande (anzi enorme) speranza risiede nell’imminente uscita del western di Quentin Tarantino “Django unchained”. Tarantino ha la capacità di mutare in oro tutto ciò che tocca, magari sarà proprio lui a rilanciare il genere.

Quali altri generi tocchi con i tuoi racconti? C’è un certo tipo di romanzo che ti piacerebbe scrivere?

Bè ho scritto racconti di generi diversissimi: dal pulp all’horror cosmico in stile lovercraftiano, dal western alla SFX, mescolandoli anche un po’. “Il colore della pelle”, ad esempio, mescola fantascienza e western, ed è davvero un racconto bizzarro. In genere prediligo il fantastico, settore nel quale ho vinto alcuni premi prestigiosi (come il Trofeo Rill 2009, un premio davvero importante nel settore, che viene consegnato durante la celeberrima  fiera Lucca comics and games). Però per farsi un nome, in Italia, bisogna scrivere noir (o gialli) oppure romanzi di formazione confezionati per premi come lo Strega, dunque è questo ciò che ho in mente di scrivere nel prossimo futuro. Mi sono ripromesso di vendere l’anima al dio Commercio.

A proposito degli altri generi, quali altre opere hai pubblicato? Devo dire che, per esempio, i racconti online “Coriandoli di filo spinato” sono quantomeno bizzarri ma senza dubbio ben scritti.

Ho piazzato alcuni racconti in una mezza dozzina di antologie, come ad esempio “Veleno” del Foglio editore. Come opere interamente personali, invece, mi fermo a quattro: “Amore negato” (Ananke, 2005); “Five Fingers” (il Foglio, 2008); “Storia dei pistoleri” (Odoya, 2010) e “Storia dei licantropi” (Odoya, 2011). Poi ci sono i fumetti, gli articoli e i racconti in rete; al riguardo, ma come diavolo hai fatto a trovare “Coriandoli di filo spinato”? Pensavo non fosse più in circolazione. Si tratta della mia prima raccolta di racconti, un e-book datato 2003 che raccoglie racconti di genere diversissimo, ma perlopiù pezzi underground scritti durante l’università, zeppi di volgarità gratuite e parolacce. Di alcune cose vado fiero ancora adesso, tanto che pensavo di recuperarle, ripulirle e preparare una nuova raccolta “rivista e corretta”.

Le copertine di cinque edizioni americane diverse di "Meridiano di Sangue" di Cormac McCarthy

Che gusti narrativi hai? Quali sono titoli o gli autori che ti piacciono più di altri, o che leggi più spesso?

Leggo qualunque cosa, anche le scritte a pennarello sui muri dei bagni pubblici; ma, com’è ovvio, ho le mie preferenze. Solitamente non mi baso su un genere, ma su un autore; non mi piace “etichettare” uno scrittore e leggerlo solo perché scrive quel genere (ad esempio leggere Agatha Christie solo perché mi piacciono i gialli): uno scrittore è valido a prescindere; se è bravo è bravo qualunque cosa scriva. Almeno è così che la vedo io. Premesso questo, ti posso snocciolare i miei autori preferiti in ordine del tutto casuale: Joe Lansdale, Robert E. Howard, Cormac McCarthy, Ernest Hemingway, Italo Calvino, Dino Buzzati, Jorge Luis Borges, Amborse Bierce e Valerio Evangelisti.

Che progetti western hai per il futuro?

Molti ma quasi tutti irrealizzabili per mancanza di editori (e di tempo). Credo che mi limiterò a scrivere articoli per il sito di farwest e a inserire almeno un capitolo dedicato alla Frontiera (laddove sarà possibile) in ognuno dei prossimi saggi, come già fatto per quello sui licantropi: questo dovrebbe garantirmi un segno distintivo, una sorta di marchio. Mi piacerebbe terminare il mio romanzo western-gotico “Malahyerba” iniziato anni fa e interrotto a circa un terzo della stesura; si tratta di qualcosa di veramente cattivo e sanguinario ma ho paura che, anche finendolo, non troverebbe adeguata pubblicazione, dunque per ora lascio perdere. Più fattibile è un altro saggio sulla Frontiera, magari sui pellerossa o sul raffronto tra banditismo nel West e quello (quasi contemporaneo) nel Meridione italiano del dopo unità.

Il grande Luca accanto a un esemplare imbalsamato di lupo

Bene, caro Luca. E’ stato un piacere ospitarti sul mio blog e sono felice che tu me ne abbia dato la possibilità. Ti faccio i più affettuosi e sinceri auguri di una carriera ricca e sempre più western!

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Two for Texas

TWO FOR TEXAS

Titolo originale: Two for Texas
Autore:
James Lee Burke
Traduzione: Francesco Saba Sardi e Luca Conti
Editore: Meridiano Zero
Anno: 2004
Collana: Primo Parallelo
Formato: Brossura leggera, 20 cm – romanzo
Pagine: 217

Son Holland e Hugh Allison sono prigionieri in un carcere tra le paludi della Lousiana e sanno di non avere futuro. Il loro destino è morire lontani da un mondo che li ha dimenticati. Non hanno nulla in comune: il primo è giovane ed è finito dentro con l’unica colpa di essere un ingenuo, il secondo invece è una vecchia canaglia che nella vita ne ha già viste troppe. Ma per un colpo di fortuna coglieranno insieme l’ultima occasione per fuggire, lasciandosi l’inferno alle spalle. Per Son e Hugh inizia così una fuga contro il tempo, fatta di sudore e sangue, attraverso una natura sontuosa e indifferente, nel disperato tentativo di raggiungere il Texas. La notizia della loro evasione si diffonde, sempre più in fretta, il cerchio attorno a loro si stringe come la corda tesa di una forca. A pochi giorni dalla Dichiarazione di Indipendenza del Texas e dall’epica sconfitta di Fort Alamo, i due latitanti, troppo onesti per una terra spietata, sfioreranno da eroi il corso della storia e scopriranno che il loro viaggio li ha resi uomini nuovi.

Louisiana, 1836. Tra paludi soffocanti e fatali, un campo di prigionia dai ritmi massacranti. Due detenuti, Son Holland e Hugh Allison, condividono la stessa cella e la speranza di andarsene un giorno, sognando il Texas. Non hanno nulla in comune e un giorno, del tutto inaspettata, si presenta la loro occasione. I due fuggono, ma l’inferno che credevano di essersi lasciati alle spalle non tarderà a braccarli. Inizia così una fuga disperata, un vorticoso viaggio dalla Louisiana al Texas. E mentre il cerchio attorno a loro si stringe, i due entrano di forza nella storia americana. A pochi giorni dalla Dichiarazione di Indipendenza del Texas, Hugh e Son saranno al fianco di Sam Huston nell’esercito che sconfiggerà definitivamente i messicani a Sant’Anna.

Commento. Un bel western d’altri tempi con un’ambientazione poco sfruttata nella narrativa del genere. Burke è bravissimo a ricostruirla in ogni particolare – armi, cibo, geografia, vestiario, villaggi, ecc -(come piace a me) e a costruirci una storia ricca di azione e con tre personaggi fantastici, due dei quali – i protagonisti – destinati a entrare nella storia.
 Questo romanzo è un western zeppo di sensazioni che l’autore riesce a ricreare senza sforzo: saloon, bordelli, taverne, stalle, cavalli, paludi miasmatiche, piogge, accampamenti indiani e militari, fiumi da attraversare, armi ad avancarica, dolore, fatica, sudore, polvere, un carcere in mezzo all’acqua della Louisiana e una missione distrutta nelle pianure del Texas… Questo, e molto di più, è quello che vi terrà incollati al libro, raccontato con uno stile asciutto ed essenziale per una storia ricca e appassionante.
 Consigliato!

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Il mostro degli Hawkline

IL MOSTRO DEGLI HAWKLINE
Un western gotico

Titolo originale: The Hawkline Monster
Autore:
Richard Brautigan
Traduzione: Enrico Monti
Editore: Isbn
Anno: 2008
Formato: Brossura leggera, 18,5 cm – romanzo
Pagine: 208

Oregon, 1902. Greer e Cameron sono due killer-cowboy assoldati dalle affascinanti sorelle Hawkline per uccidere il mostro che ha fatto sparire loro padre – un alchimista alla ricerca della soluzione ai problemi dell’umanità – e che le tormenta, insinuandosi nei loro pensieri e sconvolgendo le loro vite. Ma nella sperduta casa gialla dalle fondamenta di ghiaccio, niente è come sembra: tra esperimenti chimici e trasformazioni surreali, si consumano strani amplessi e strane morti. Il mostro degli Hawkline è una distorta parodia dei generi western e gotico, la poetica e divertita risposta di Brautigan alla perdita della libertà di pensiero e alla «fine di un sogno della scienza». Quando il regista Hal Ashby legge il romanzo, rimane incantato dalla sua eccentrica ironia e vuole farne un film con Jack Nicholson e Dustin Hoffman, ma il progetto si arena perché Brautigan non approva i cambiamenti alla sceneggiatura.

Un misterioso mostro entra nella mente delle persone e le fa agire a proprio piacimento. Abita le caverne di ghiaccio accanto a una villa abitata da una zitella terrorizzata che per mettere la parola fine a quest’incubo ingaggia due killer disposti a tutto. Si dice che il mostro abbia già ucciso il padre della signora, uno strano alchimista alla ricerca della soluzione per i problemi dell’umanità. “Il mostro degli Hawkline” è un’assurda parodia di due generi, un western gotico ambientato nel 1902 e carico di immagini.

Commento. Uno dei libri più strani che io abbia mai letto. Se la trama scarna può essere classica e apparentemente “normale”, non è così il suo svolgimento dalla mano di Brautigan. Infarcito di trovate surreali e scritto con uno stile volutamente ridondante e ripetitivo, questo romanzo è una divertente storia che gioca con i generi western e gotico dove nulla sembra quello che è e tutto viene messo in discussione, una storia grottesca e al limite dell’assurdo che anticipa le atmosfere di Lansdale e riprende, con evidenti rimandi, quelle di Lovecraft. Così strana e fantasiosa che il mostro stesso del titolo non è un vero e proprio mostro.
 Dopo aver letto questo libro guarderete con occhi diversi il vostro attaccapanni o il vostro portaombrelli.

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Il paese di Dio

IL PAESE DI DIO

Titolo originale: God’s Country
Autore:
Percival Everett
Traduzione: Marco Rossari
Editore: Nutrimenti
Anno: 2011
Collana: Greenwich (n.15)
Formato: Brossura leggera, 22 cm – romanzo
Pagine: 200

1871, caro vecchio e selvaggio West, nell’aria rimbomba ancora l’eco della Guerra di secessione; il Civil Rights Act sarebbe arrivato quattro anni dopo ma se ne sente già l’incedere. Curt Marder guarda attonito e impotente un drappello di farabutti vestiti da indiani bruciare il suo ranch, ammazzargli il cane e rapirgli la moglie. Potrebbe intervenire, sparare – la sua mano tentenna – ma decide di non farlo. Guarda la scena dall’alto, assiste alla sua vita andare in fumo. Marder è codardo, razzista, avido, imbroglione, un voltagabbana, uno di cui è bene non fidarsi. Anche perché è un disertore e a star con lui si rischia di finire sulla forca.
Mosso più dall’istinto che dalla rabbia, Marder decide di ingaggiare Bubba, il miglior braccatore del circondario nel tentativo di ritrovare quella parte di sé che sembra perduta e che vuole far coincidere con la moglie. La caccia ai finti indiani si trasforma, come nella migliore tradizione everettiana, in un’odissea donchisciottesca, e sembra davvero di stare di fronte al teleschermo: risse nei saloon, duelli, occhiatacce, silenzi troppo lunghi, gli indiani che sfottono i cowboy dicendo loro “augh”, una rapina e perfino un’allusione alla parabola del buon samaritano. Scorrono fiumi di whisky, ma questo si sa.
Marder e Bubba sono affiancati da Jake, un adolescente scontroso dai modi troppo aggraziati – “hai notato che quel ragazzino non piscia mai davanti a noi?” – i cui genitori sono stati uccisi dalla stessa banda di delinquenti. Il trio – sembrano i tre moschettieri dopo una litigata – ha a che fare con una carrellata di personaggi sgangherati: un prete che contrabbanda alcol, Loretta – una baldracca piuttosto esosa –, indiani veri, un ebreo baro di professione, soldati ancora assetati di guerra, un imbellettato generale Custer con una vestaglietta poco virile che mangia carne cruda e annuncia il Proclama di emasculazione.
Come in Ferito Everett lavora sul rovesciamento dei cliché del western per ottenere un effetto parossistico. La sua attenzione è concentrata sul peccato originale: l’identità dei neri e degli indiani d’America prevaricati dai coloni, la radice dell’odio e dell’intolleranza. E alla fine, finisce anche il tempo delle parole. Prevale la consapevolezza che il dio del West è un dio prêt-à-porter, un Dio “insopportabilmente crudele in cui credere”.

Biografia del libro
Il mito del West sgretolato da un antieroe falso e bugiardo. “Ho scritto Il paese di Dio nel 1991 quando vivevo nella Wind River Indian Reservation, Wyoming”, non troppo distante dai luoghi che faranno da sfondo alle vicende narrate in Ferito. “Non sono mai stato un grande appassionato dei western americani”, spiega Everett, “sebbene riconosca che facciano parte del grande mito del mio paese. E così un giorno ho pensato di sfruttare questa forma per indagare il mito alla radice. Mi interessava capire in che modo gli americani vogliono vedere sé stessi, mi interessava esplorare il racconto di frontiera”. “Tutti i western sono artificiali, autentiche falsificazioni, nessun western è una rappresentazione storica autentica, nemmeno quando trattano di avvenimenti realmente accaduti”. Everett ha agito così: “Ho dissezionato oltre un centinaio di film e altrettanti romanzi western in modo tale da poter fare mio quel tipico modo di parlare, soprattutto quei cliché. Volevo che venisse fuori una lingua familiare, qualcosa che suonasse reale e irreale allo stesso tempo, proprio come nei film western”. “Ero consapevole che stavo scrivendo una parodia di quel genere, una demistificazione che parte da un’unica certezza: nelle nostre menti c’è e sempre ci sarà un mitico vecchio West”.

Commento. Inizia in sordina, e per buona parte si ha sempre l’impressione che si tratti di un western comico, tipo i film di Trinità. Poi però gli eventi incalzano uno con l’altro e alla comicità subentra l’azione.
 Siamo precisi: questo romanzo è ANCHE un western comico. Perché nel frattempo è una parodia, è una denuncia, è un trattato sociologico.
 Il protagonista è la nemesi del “buon cristiano” e, paradossalmente per il pensiero dell’epoca (e, perché no, anche di oggi), sono i neri e gli indiani a incarnare i valori buoni e corretti.
 Everett disegna un West realistico anche se durante la lettura la latente impressione che il romanzo possa cadere completamente nel comico è forte, ci sono anche numerose battute che mi hanno strappato una risata.
 Una stellina in meno per lo stile di Everett che proprio non mi è piaciuto.
 Ad ogni modo… “Il paese di Dio” è un ottimo romanzo, se non altro per chi cerca qualche evasione dal western classico tutto eroi senza macchia e sparatorie a cavallo.

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Agguato al Passo del Nibbio

AGGUATO AL PASSO DEL NIBBIO

Titolo originale: Breakheart Pass
Autore:
Alistair MacLean
Traduzione: Tullio Dobner
Editore: Bompiani
Anno: 1975
Formato: Brossura leggera, 20 cm – romanzo
Pagine: 196

Siamo nel 1873, nello stato americano del Nevada. Un treno militare porta i soccorsi a Fort Humboldt, una località isolata colpita da un’epidemia. Sul treno si trovano il governatore dello Stato, un colonnello della cavalleria degli Stati Uniti e sua nipote, uno sceriffo federale con il suo prigioniero, un bandito baro e incendiario, oltre ai reparti militari.
Sembra una missione di ordinaria amministrazione, appena ostacolata dal freddo polare e dal pericolo degli indiani in perenne rivolta.
Ma ecco, spariscono due ufficiali; il telegrafo non funziona più, d’improvviso; il bandito si comporta in modo da attirarsi la simpatia di Marica, la giovane nipote del governatore, e l’odio di tutti gli altri. Gli avvenimenti precipitano, i colpi di scena si susseguono: è in gioco molto più di un’epidemia, è minacciata la sicurezza degli Stati Uniti. Un uomo, solo e disarmato, deve dare tutto se stesso per sconfiggere la congiura. Chi e che cosa attende il treno a Fort Humboldt, alla fine del viaggio?

Un incalzante western-thrilling da cui la UNITED ARTISTS ha tratto un grande film d’avventura.

Commento. Uno dei pochi (l’unico?) western-gialli-thriller editi in Italia. Un ottimo romanzo con una precisa struttura: presentazione dei personaggi, spiegazione del conflitto con elementi nascosti e crescendo di suspense. Ambientazione insolita con dei personaggi caratterizzati a puntino. Anche se per la prima metà del libro l’azione langue, MacLean riesce a dosare le informazioni e i colpi di scena così da arrivare ai punti forti senza sbadigliare.
 Consigliato agli amanti del giallo-thriller, se non altro per l’ambientazione e il crossover col western.
 Edizione italiana del 1975 mai più ristampata o riedita.
 Da questo romanzo il film “Io non credo a nessuno” con Charles Bronson.

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Una lady nel West

UNA LADY NEL WEST
Tra pionieri, serpenti e banditi sulle Montagne Rocciose

Titolo originale: A Lady’s Life in the Rocky Mountains
Autore:
Isabella Bird
Traduzione: Giovanna Giargia
Editore: EDT
Anno: 1998
Collana: Viaggi e Avventura
Formato: Brossura leggera con sovracopertina, 23 cm – memorie/lettere
Pagine: 200

Pubblicate dapprima a puntate su un noto settimanale dell’epoca, apparse in edizione completa nel 1879, queste Letters from the Rocky Mountains (così il primo titolo) iscrissero immediatamente l’autrice nella fiorente schiera dei grandi scrittori vittoriani di viaggi. Di ritorno da un soggiorno alle Hawaii, dettato da motivi di salute, Isabella Bird decide, nel 1873, di fermarsi in America per visitare il Colorado e, in particolare, le Montagne Rocciose. Nell’ancora selvaggio West, la gentildonna inglese, di ottima educazione e solidi principi, scopre il “nuovo mondo”, tanto diverso dal suo, e vi si adatta mirabilmente: condivide la vita dura dei pionieri, cavalca per centinaia di chilometri, sola, nella neve, insegue mandrie come un vachero, scala il “Cervino americano”, trova il suo rifugio tra le grandiose montagne in una piccola “conca blu”, Estes Park, allora quasi inaccessibile. E, soprattutto, incontra Mountain Jim, il leggendario cacciatore di indiani delle Pianure, l’affascinante e temibile desperado, il cavalleresco bandito amante del whisky e della poesia coprotagonista delle sue avventure e simbolo di quella mitica “conquista dell’Ovest”, di quell’epopea ormai al tramonto, di cui la Bird restituisce – in un raro esempio di memorialistica western, genere da noi poco tradotto – un affresco del tutto originale, in un’inedita prospettiva femminile.

Commento. Le memorie dal West di Isabella Bird, avventuriera inglese che girò il mondo nella seconda metà dell’Ottocento. Queste memorie sottoforma di lettere alla sorella risalgono al 1873 e furono prima pubblicate a puntate su un settimanale e poi raccolte in volume nel 1879 curato dalla stessa Bird.
 Il libro non raggiunge le cinque stelle piene per via delle tante, davvero troppe, descrizioni di paesaggi che è bello leggere una, due, tre, quattro magari cinque volte… ma dalla sesta in poi annoiano da morire, anche perchè sono tutte uguali.
 Il resto è interessantissimo perchè la Bird racconta la vita quotidiana del West come si svolgeva tra le montagne del Colorado, descrive le città minerarie, i campi di minatori e taglialegna, i personaggi che popolavano questo micromondo completamente avulso dalla civiltà: come vivevano, cosa mangiavano, dove dormivano, come si divertivano, e molto altro.
 E’ un libro dal tocco femminile, unico in Italia, che offre una prospettiva diversa (ma per certi versi uguale) del West prettamente maschile.

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Tramonto e polvere

TRAMONTO E POLVERE

Titolo originale: Sunset and Sawdust
Autore:
Joe Lansdale
Traduzione: Luca Conti
Editore: Einaudi
Anno: 2008
Collana: Stile Libero
Formato: Brossura leggera, 19 cm – romanzo
Pagine: 374

Una donna uccide il marito dopo l’ennesimo atto di violenza. E proprio l’omicidio le dà la forza per inoltrarsi nel passato criminoso del suo villaggio. Lei si chiama Miss Sunset, «Tramonto», per la sua bellezza e i capelli rosso fuoco. A questa indimenticabile figura femminile Lansdale affida la sua esplorazione dei confini tra Bene e Male, in un romanzo accolto in America come il suo capolavoro.

Una comunità di poveracci sorta intorno a una segheria, una natura violenta testimone muta di una terribile storia di amore e di sopraffazione. Siamo in Texas, negli anni della Grande Depressione. Sunset Jones uccide il marito, manesco tutore dell’ordine, e ne prende il posto. E si trova ben presto invischiata nel caso di un antico delitto che affonda le sue radici in una macabra storia di sesso e razzismo, di avidità e corruzione, di ragazze-madri e figli mai nati. Una vicenda nascosta nelle viscere del piccolo villaggio, che offre alla giovane donna la possibilità di scoprire in se stessa una forza morale di cui fino a quel momento era inconsapevole. La voce di Lansdale dipinge un mondo che sembra uscire da una leggenda orale, di quelle che passano di generazione in generazione, e dove, lontani, arrivano gli echi del Ku Klux Klan, delle leggi razziali, della nuova ricchezza in arrivo dai pozzi petroliferi.

Texas, gli anni Trenta della grande depressione. Miss Sunset, moglie dello sceriffo, uccide il marito dopo l’ennesimo tentativo di stupro, e prende il suo posto con la complicità delle donne del paese. Ben presto si trova coinvolta nel caso di un antico delitto, che le offrirà la possibilità di scoprire dentro di sé una forza morale di cui non era consapevole.
La voce di Lansdale dipinge un mondo che sembra uscire da una leggenda orale, dove – lontani – arrivano gli echi del Ku Klux Klan, delle leggi razziali, della nuova ricchezza dei pozzi petroliferi. Violenza, umorismo, colpi di scena. E il ritratto di una figura femminile indimenticabile. Una straordinaria indagine sui confini tra Bene e Male.

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Il carro magico

IL CARRO MAGICO

Titolo originale: The Magic Wagon
Autore:
Joe Lansdale
Traduzione: Seba Pezzani
Editore: Fanucci
Anno: 2008
Collana: Collezione Vintage
Formato: Brossura leggera, 21,5 cm – romanzo
Pagine: 192

Il XX secolo è appena iniziato: nel Texas fanno la loro comparsa i primi venditori ambulanti di rimedi miracolosi, mentre i vecchi cowboy sorvegliano le linee di frontiera e gli sceriffi mantengono l’ordine nelle piccole città, dove l’odio razziale fatica a spegnersi, nonostante la liberazione degli schiavi appartenga al passato. La famiglia del giovanissimo Buster Fogg, voce narrante di questo romanzo, viene spazzata via da un tornado insieme alla sua casa, e il ragazzo si unisce – per caso o per volontà del destino – alla compagnia itinerante di Billy Bob Daniels, inventore di medicine prodigiose e tiratore eccezionale, che si proclama figlio illegittimo del leggendario e pistolero Wild Bill Hickok. Insieme all’ex schiavo Albert e ad Alluce Marcio, una scimmia lottatrice, il gruppo di memorabili personaggi viaggia in lungo e in largo per il Texas, inseguito da una tempesta che incombe su di loro come una maledizione indiana, e trascinando il lettore in una spirale di emozioni continue, esilaranti e a tratti tragicomiche. Scritto nel 1986, “Il carro magico” è un’ironica e nostalgica elegia dedicata al selvaggio West.

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