Il paese di Dio

IL PAESE DI DIO

Titolo originale: God’s Country
Autore:
Percival Everett
Traduzione: Marco Rossari
Editore: Nutrimenti
Anno: 2011
Collana: Greenwich (n.15)
Formato: Brossura leggera, 22 cm – romanzo
Pagine: 200

1871, caro vecchio e selvaggio West, nell’aria rimbomba ancora l’eco della Guerra di secessione; il Civil Rights Act sarebbe arrivato quattro anni dopo ma se ne sente già l’incedere. Curt Marder guarda attonito e impotente un drappello di farabutti vestiti da indiani bruciare il suo ranch, ammazzargli il cane e rapirgli la moglie. Potrebbe intervenire, sparare – la sua mano tentenna – ma decide di non farlo. Guarda la scena dall’alto, assiste alla sua vita andare in fumo. Marder è codardo, razzista, avido, imbroglione, un voltagabbana, uno di cui è bene non fidarsi. Anche perché è un disertore e a star con lui si rischia di finire sulla forca.
Mosso più dall’istinto che dalla rabbia, Marder decide di ingaggiare Bubba, il miglior braccatore del circondario nel tentativo di ritrovare quella parte di sé che sembra perduta e che vuole far coincidere con la moglie. La caccia ai finti indiani si trasforma, come nella migliore tradizione everettiana, in un’odissea donchisciottesca, e sembra davvero di stare di fronte al teleschermo: risse nei saloon, duelli, occhiatacce, silenzi troppo lunghi, gli indiani che sfottono i cowboy dicendo loro “augh”, una rapina e perfino un’allusione alla parabola del buon samaritano. Scorrono fiumi di whisky, ma questo si sa.
Marder e Bubba sono affiancati da Jake, un adolescente scontroso dai modi troppo aggraziati – “hai notato che quel ragazzino non piscia mai davanti a noi?” – i cui genitori sono stati uccisi dalla stessa banda di delinquenti. Il trio – sembrano i tre moschettieri dopo una litigata – ha a che fare con una carrellata di personaggi sgangherati: un prete che contrabbanda alcol, Loretta – una baldracca piuttosto esosa –, indiani veri, un ebreo baro di professione, soldati ancora assetati di guerra, un imbellettato generale Custer con una vestaglietta poco virile che mangia carne cruda e annuncia il Proclama di emasculazione.
Come in Ferito Everett lavora sul rovesciamento dei cliché del western per ottenere un effetto parossistico. La sua attenzione è concentrata sul peccato originale: l’identità dei neri e degli indiani d’America prevaricati dai coloni, la radice dell’odio e dell’intolleranza. E alla fine, finisce anche il tempo delle parole. Prevale la consapevolezza che il dio del West è un dio prêt-à-porter, un Dio “insopportabilmente crudele in cui credere”.

Biografia del libro
Il mito del West sgretolato da un antieroe falso e bugiardo. “Ho scritto Il paese di Dio nel 1991 quando vivevo nella Wind River Indian Reservation, Wyoming”, non troppo distante dai luoghi che faranno da sfondo alle vicende narrate in Ferito. “Non sono mai stato un grande appassionato dei western americani”, spiega Everett, “sebbene riconosca che facciano parte del grande mito del mio paese. E così un giorno ho pensato di sfruttare questa forma per indagare il mito alla radice. Mi interessava capire in che modo gli americani vogliono vedere sé stessi, mi interessava esplorare il racconto di frontiera”. “Tutti i western sono artificiali, autentiche falsificazioni, nessun western è una rappresentazione storica autentica, nemmeno quando trattano di avvenimenti realmente accaduti”. Everett ha agito così: “Ho dissezionato oltre un centinaio di film e altrettanti romanzi western in modo tale da poter fare mio quel tipico modo di parlare, soprattutto quei cliché. Volevo che venisse fuori una lingua familiare, qualcosa che suonasse reale e irreale allo stesso tempo, proprio come nei film western”. “Ero consapevole che stavo scrivendo una parodia di quel genere, una demistificazione che parte da un’unica certezza: nelle nostre menti c’è e sempre ci sarà un mitico vecchio West”.

Commento. Inizia in sordina, e per buona parte si ha sempre l’impressione che si tratti di un western comico, tipo i film di Trinità. Poi però gli eventi incalzano uno con l’altro e alla comicità subentra l’azione.
 Siamo precisi: questo romanzo è ANCHE un western comico. Perché nel frattempo è una parodia, è una denuncia, è un trattato sociologico.
 Il protagonista è la nemesi del “buon cristiano” e, paradossalmente per il pensiero dell’epoca (e, perché no, anche di oggi), sono i neri e gli indiani a incarnare i valori buoni e corretti.
 Everett disegna un West realistico anche se durante la lettura la latente impressione che il romanzo possa cadere completamente nel comico è forte, ci sono anche numerose battute che mi hanno strappato una risata.
 Una stellina in meno per lo stile di Everett che proprio non mi è piaciuto.
 Ad ogni modo… “Il paese di Dio” è un ottimo romanzo, se non altro per chi cerca qualche evasione dal western classico tutto eroi senza macchia e sparatorie a cavallo.

Categories: Racconti & Romanzi | Lascia un commento

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